category: gab , italia - c/o santa sede, ceci nest pas la réalité
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Primo, maccheccazzo ne sai tu:
A) di droghe
B) di sessualità?
La risposta corretta è "non ho mai zentito nulla di kveste cose, ho zolo parlato a katzo come è mia abitudine", qualsiasi altra è sospetta.
Secondo, cosa intendi con tecnica meccanica? Stai forse parlando di...

Nel qual caso avrei addirittura dei superteste d'eccezione da offrirti — dei quali non posso fare il nome — coi quali potresti addirittura conversare in bavarese e sentirti dire che la qualità dell'amore è tutt'altro che inficiata. E, se vogliamo dirla tutta, ti assicuro che nella mia WG il «mistero della vita» è tutt'altro che un mistero, come ben sappiamo io e il resto della gente che si è sciroppata quaranta ore di travaglio (nel senso delle doglie).
Ma cambiamo discorso. Negli ultimi giorni l'aura di surrealtà che ha sempre circondato ogni mio lavoro è tornata a colpire: Innanzitutto ho, per la prima volta in vita mia, dato un mazzo di fiori a qualcuno. Quando ho pronunciato questa frase la Chiaretta stava per essere assalita dal più classico Impeto di Gelosia Chiarettico™, prima che le spiegassi che si trattava di un uomo e non dell'ennesimo mulino a vento a cromosoma XX contro cui lanciare la sua donchisciottesca carica; per una serie di eventi inspiegabili mi sono ritrovato con due colleghe, in una domenica mattina come tante altre, sul palco della Staatsoper, davanti a millequattrocento persone, e ho consegnato dei fiori arancioni a Daniel Barenboim.
Ieri sera mi sono invece ritrovato in mezzo a uno spettacolo di kabuki, tipica forma germanica di teatro arrivata a Berlino, come si intuisce dal nome, attraverso la Bassa Sassonia. Ho capito che la situazione non avrebbe potuto che diventare surreale quando mi hanno detto «tranquillo, questi tappetini servono per dopo, quando da qui usciranno una quindicina di samurai lasciando una scia di fango» o quando ero davanti all'ingresso dell'auditorium e sul tetto si aggiravano dei giapponesi vestiti da ninja. Senza contare il secondo atto, in cui mi sono ritrovato a vigliare la porta verso la quale, ad un certo punto, una specie di Lino Banfi nipponico obeso col kimono si è lanciato in una carica con una katana, urlando a squarciagola improperi in giapponese e utilizzando il passaggio alle mie spalle per uscire di scena, inseguito da una mezza dozzina di shinobi con una minuscola scala a pioli di bambù e ripiombando subito dopo, inseguito dagli stessi shinobi, che nel frattempo avevano ancora la scala a pioli di bambù, dieci volte più grande, il tutto sotto un vigile occhio di bue.
Adoro Berlino.
Gab











