mercoledì, 04 novembre 2009
author: GabGabGab @ 17:10
category: politica, religione, il disgusto, italia - c/o santa sede, weltschmerz, eia eia alalĂ 
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… that fools and fanatics are always so certain of themselves, but wiser people so full of doubts, diceva Bertrand Russell.

Dunque: ieri sera scopro, come al solito in modo surreale*, che in Italia è successo qualcosa che implica aule scolastiche e crocifissi.

Incuriosito, oggi mi metto alla ricerca di notizie più specifiche sul tema e mi sento come un rotolo di filo spinato sulle Ardenne nel 1916, esattamente in mezzo alle salve di artiglieria con cui diversi schieramenti portano avanti la loro guerra di logoramento. L’aggettivo diversi si riferisce peraltro – come il termine stesso implica – al confronto tra entità che la pensano in modo differente, quindi do per scontato che tutti abbiate capito a cosa mi stia riferendo: alla dicotomia UE/Italia, ovviamente, non certo alla difformità di posizioni all’interno del Granducato di Arcore, dato che il concetto stesso di divergenza di pensiero in Italia è stato ormai dichiarato prescritto, specialmente (e qui sta il paradosso, secondo me) quando può provocare pericolose oscillazioni all’ago della bilancia elettorale: gli italiani, quella massa informe di pecorai baciapile lobotomizzati che guai a toccargli l’ostia e le nominescion e dei quali nessuno vuole rischiare di giocarsi nemmeno un voto, cosicché – coerentemente con i dettami clericali – ogni soggetto politicamente rilevante si china ossequioso davanti al gregge. Non voglio inoltrarmi in questioni di lana caprina circa il valore che il termine politicamente rilevante ha in Italia e nel restante mondo civilizzato, visto che da noi anche Gasparri, Luca Barbareschi, Rutelli, Berlinguer (Luigi), De Michelis e Cicciolina sono o sono stati annoverati tali.

In questo caso specifico, l’acme del confronto ideologico è tra chi tuona contro la sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani e chi borbotta a mezza voce contro la sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani. Uau.

Innanzitutto non c’è nulla contro cui tuonare né borbottare, almeno sul piano politico. E’ una decisione basata su principi giurisprudenziali, la giurisprudenza disciplina le questioni dello Stato, la Stato è conscio di essere composto da una moltitudine variopinta di persone di cui si deve prendere cura (ivi incluso il dirimere i contrasti) e per farlo deve essere neutrale. Super partes. Questo spiega ad esempio il disegno di una bilancia nelle aule dei tribunali dello Stato, gli strumenti chirurgici per interrompere una gravidanza negli ospedali dello Stato, e i libri di scienze che parlano di Big Bang, australopitechi e Charles Darwin nei programmi della scuola dello Stato.

Se poi credi che tutto sia cominciato seimila anni fa, in una settimana, con una mela, va bene lo stesso, ma fino a un certo punto.

E vi prego tantissimo, smettetela di parlare delle presunte radici dell’Europa. In primis, se davvero fosse così, i fondamenti della spiritualità europea ci ricondurrebbero a Zeus e Afrodite, a Giove e Venere, a Odino e Thor, a Gwyddyon e Rhiannon. Il resto è roba d’importazione, come il merengue e i Power Rangers. C’è poi da aggiungere che non si tratta affatto di una tradizione radicata nell’italiche genti, bensì dell’attuazione di norme concordatarie, firmatarie due potenze straniere alleate, addì 7 giugno 1929, per mano dei loro plenipotenziari, il monarca vaticano Pio XI e il Presidente del Consiglio italiano Benito Mussolini.

Prima di tutto ritengo non sia pertinente ripensare da dove veniamo e cosa facessero i nostri predecessori ai tempi in cui era un problema anche essere mancini e si eliminavano i fluidi corporei cattivi con le sanguisughe. A me interessa dove siamo e dove vogliamo andare e, di conseguenza, in che modo l’entità neutrale e secolarizzata che gestisce il nostro spazio civile intenda registrare i mutamenti sociali, politici e spirituali al suo interno.

Essere atei, come la protagonista della diatriba legale e la sua progenie, è un diritto garantito da ogni livello delle fonti giuridiche. Se permetti a don Ciccio di attribuire poteri magici ai chiodi della Santa Croce (sorvolo sul fatto che nella sola Europa ce ne siano circa trenta, di questi chiodi), allora stai garantendo il diritto di Abdullah a pensare che Maometto sia volato in cielo su un cavallo alato, al signor Mandelbaum di toccare le pergamene sacre solo con una manina d’argento, al giovane Singh di portare un pugnale sacro, a un testimone di Geova di citofonare alle sette di mattina e alla sciùra Cesira di sperare che Saturno nella Quinta Casa aiuti i Capricorni come lei a ripagare i debiti di gioco. Ma anche di preferire l’utilizzo attivo di entrambi gli emisferi cerebrali e non credere in nessuna di queste cose.

Per garantire un tetto imparziale offri lo stesso diritto a tutti, ma lo confini alla sfera privata per evitare intrusioni che minino la natura imparziale; ecco, un crocifisso è un’invasione di campo che ne azzera la neutralità, come hanno tuttavia dovuto ricordare i giudici di Strasburgo, forse temendo che l’Italia fosse un paesello di bigotti governato da teocon ignari del concetto di stato aconfessionale e intenti a ricevere direttive papali umilmente chinati a pecorina. Ma di sicuro non è così.

No. Infatti ci sono anche i teodem ancora freschi di primarie che, intenti a non rovinarne l’entusiasmo postcoitale, si guardano bene sia dal perdere subito tutti gli otto nuovi elettori associandosi platealmente ai maître-à-penser pidiellini nel compiacere il popolo bove, sia dal prendere una posizione chiara, laica, moderna e rischiare così di tirarsi addosso l’artiglieria mediatica dei suddetti soloni in interminabili panini editoriali da prima serata.

 

 

Gab

 

* per surreale intendo dire che il nostro coinquilino franco-algero-messicano lo ha letto sulla stampa finlandese.

mercoledì, 14 ottobre 2009
author: GabGabGab @ 18:20
category: politica, italietta, germania, neoliberismo imperante, speciale lisbona
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Il sonno della ragione genera l'Ape Maia


Sono approdato sull’estuario del Tejo proprio in concomitanza delle elezioni politiche che hanno visto riconfermare il centrosinistra di José Sócrates per un altro mandato. Ho avuto modo di seguire gli ultimi dieci giorni di una campagna elettorale che, oltre a istruirmi egregiamente sulle dinamiche e le modalità della politica lusitana, mi ha ricompensato con una tavoletta di cioccolato per consolarmi e togliermi dalla bocca il retrogusto amaro che, nello stesso giorno della vittoria socialista in Portogallo, ha deciso il corso del prossimo quadriennio in Germania. Peggio di un futuro nero poteva essercene solo uno giallonero, con i democristiani di Angela Merkel riconfermati e ora compagni di merende dei liberali di Guido Westerwelle, con i due leader sorridenti che celebrano la Biene-Maja-Koalition levando al cielo le mani giunte prima di infilarci sopra il guanto di lattice e la vaselina.

 

il Bundestag.


Ora, i socialdemocratici tedeschi sono – condivisibilmente – ai loro minimi storici di presentabilità e fronteggiano un dissanguamento elettorale che vede i consensi zampillare verso gli utopisti della Linke e verso i Verdi sempre più in crescita, ma spostare ancora più a destra l’asse esecutivo mi sembra davvero troppo, specialmente se si pensa che stiamo parlando di un governo che si prefigge l’obiettivo di traghettare la quarta economia mondiale fuori dalla crisi con lo sforzo congiunto di due partiti che sostengono proprio quella condotta economica che la crisi l’ha causata. E sono sicuro che ci riusciranno anche, ma mi chiedo quale sarà lo scotto da pagare e soprattutto su quali spalle ricadrà. Temo di saperlo, ma non capisco come sia possibile che così tanta gente non se ne accorga, in una nazione dove la ragion di stato non ha ancora toccato le vette di disprezzo, ignoranza e protervia politiche come è successo all’Italia gerontoplutopasserocratica degli ultimi quindici anni.

 


cazzo vi ridete?

 

Scenario completamente opposto mi si è presentato invece qui, dove la politica ha ancora il sapore verace delle Festa de l’Unità, indipendentemente dal colore politico. E’ un’Italia della Prima Repubblica con un’età media più bassa, un baricentro ideologico più spostato a sinistra e in generale uno scenario partitico più polarizzato verso l’esterno. Diobono, qui c’è ancora il Partido Monárquico, novantun anni dopo il rovesciamento dell’ultimo re.

Il Partido Socialista è il partitone di centrosinistra nonché vincitore a maggioranza relativa dell’ultimo giro; forse grazie al fatto di avere come simbolo un pugno chiuso, o forse perché non evitano di "demonizzare l'avversario" fingendo di dimenticare il suo nome. L’ipotesi più accreditata attribuisce comunque la vittoria al capello brizzolato di Sócrates, pettinato per assomigliare a George Clooney. Raccomandato se vi piace: il centrosinistra post-Bolognina e pre-PD, ma senza pedanteria dalemiana né apatia veltroniana.

Il grande partito di centrodestra è invece il PSD: la candidata socialdemocratica Manuela Ferreira Leite si veste con i completi usati dalla Moratti e con le stesse parrucche, motivo principale per cui è stata trombata. Politicamente parlando. RSVP: l’atmosfera un po’ democristiana e un po’ pentapartitica dell’Italia anni ’80, col retrogusto canforato.

Il partito più conservatore è però il CDS-PP di Paulo Portas, un uomo con dei capelli improbabili e un insopportabile tono polemico da circolo di bocce. I Popolari amano il gusto della tradizione e tra le loro file si annida pure qualche nostalgico dei bei tempi. Con le ultime elezioni si sono palesati i loro obiettivi a lungo termine, cioè soffiare ai socialdemocratici lo scettro di destra nazionale. La strategia è presa direttamente da Ecce Bombo: dire che rossi e neri sono tutti uguali, sfruttando l’attuale crisi del PSD per calamitarne i delusi. I risultati dell’ultimo scrutinio hanno premiato la linea demagogica, visto che grazie alle defezioni a destra il CDS-PP è ora il terzo partito. Raccomandato se vi piaceva Alleanza Nazionale prima della diuresi di Fiuggi.

Il Bloco de Esquerda di Francisco Louçã – professore di Economia all’Instituto Superior de Economia e Gestão di Lisbona – è invece nato dalla fusione di piccoli partiti di estrema sinistra, tra cui maoisti e trotzkisti. Detto così sembra anacronistico, eppure è stato il terzo partito portoghese fino alle elezioni, che  hanno comunque premiato il blocco con un aumento di seggi. No, dico.

L'ultimo dei partiti principali è la CDU di Jerónimo de Sousa, che non ha niente a che vedere con la sua omonima tedesca, visto che è una coalizione composta dai Verdi e dal Partido Comunista Português. Sì Silvio, qui i famigerati comunisti ci sono davvero e non si nascondono dietro gli arcobaleni per colpa del tuo maccartismo fuori tempo, né tantomeno fanno come i chirotteri di Lotta Comunista che se ne stanno al buio in soffitta a darsi ragione a vicenda.

I telegiornali mi hanno inondato a reti unificate con tutti i comizi di tutti i maggiori partiti, ma evito di gettare sale sulle ferite facendo notare che, se non fossimo nell'Italia assuefatta al berlusconismo, non avrei nemmeno bisogno di sottolineare questo fatto scontato. Giorno per giorno, ecco Sócrates a Porto, ecco la Leite a Bragança, ecco Sousa ad Albufeira, ecco Louçã a Guimarães, ecco Portas a Vila Nova de Gaia. E si è replicato fino a domenica scorsa, con la campagna per le eleições autárquicas, le amministrative.

Nel corso di entrambe le tornate elettorali è stato bellissimo vedere come si svolge la campagna: i candidati che salgono sui loro pulpiti o girano per le strade e parlano con la gente, in modo molto diretto, senza troppi tecnicismi, con demagogia in quantità accettabile. Le proposte che sono forse più modeste, ma più nette e più realistiche. I volontari che volantinano, le macchine con gli altoparlanti che girano per strada, le sagre piene di megatavolate, fiaschi di vino, piatti tipici e gente che sventola bandiere e intona canti. Ognuno con la sua Festa de l’Unità, come vedo nelle foto di mio padre di trent’anni fa. Molto più fico della “Festa Democratica”, e senza i Modena City Ramblers.

 

Gab
venerdì, 09 ottobre 2009
author: GabGabGab @ 20:06
category: politica, istruzioni per lusos, eia eia alalĂ , speciale lisbona
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Breve compendio di sociologia spicciola e storia contemporanea lusitana

 

Lisbona è la capitale dello staterello che sta all’Unione Europea come il Molise sta all’Italia; come dico sempre, è talmente poco appariscente che hanno avuto circa mezzo secolo di fascismo e non se n’è accorto nessuno, forse anche perché era una buncia di fasci leggermente meno teatrale di un Bògia a torso nudo con la zappa in mezzo alla merda nell’Agro Pontino, o con gli occhi strabuzzanti dal balcone di Palazzo Venezia e i pugnetti tozzi poggiati sulle maniglie dell’amore, e certo meno iperteso del vegetariano austriaco coi nervi a fior di pelle emigrato in Germania dopo il due di picche universitario (elemento, quest’ultimo, su cui avevo peraltro costruito il mio piano B, l’arringa difensiva in caso di insuccesso con l’immatricolazione a Berlino: «ricordate cosa è successo l’ultima volta!»).

La dittatura di Salazar e del suo successore Caetano è stata così, come i portoghesi che vedo in giro per le strade: barocca ma agreste, brontolona ma timida e riservata. Il vecchio António è stato uno che nel 1945 ha rivestito il paese di paratie funebri per omaggiare il defunto Führer col lutto nazionale, lo stesso paese che era però riuscito a tenere fuori dalla carneficina planetaria. Sia ben chiaro, non basta questo a renderlo migliore e a controbilanciare gli oppositori liquidati dalla PIDE, è solo che i totalitarismi iberici del XX secolo mi ricordano un po’ Hermann Göring: troppo intenti a tirare in dentro la pancia e ampliare il loro corredo di divise buffe. A differenza di un Terzo Reich o un’Unione Sovietica, fatti di discutibile Realpolitik e di una discutibile alfabetizzazione di massa agli ordini di una discutibile industrializzazione, il salazarismo e il franchismo sembrano piuttosto basati su quel reazionarismo paternalistico che tratta i sudditi come dei figli down, accarezzandoli sulla testa ovale mentre dice loro «però ti vogliamo bene lo stesso» e richiamando a una non meglio precisata Tradizione che parte da Viriato e arriva all’alimentazione forzata di un impero coloniale in agonia.

Nel caso dell’Estado Novo l’elemento coesivo si è basato sull’esaltazione del Portogallo come paese di gente semplice, di agricoltori duri e puri che lavorano sodo e si fanno infilare un’ostia in gola ogni domenica mattina; un ora et labora riletto in chiave si fa per dire moderna allo scopo di mantenere il popolo bue nello stato bovino in cui versa in parte ancor oggi: bigotto e illetterato. Pensate che qui il tasso di analfabetismo è del 5% tra gli uomini e doppio tra le donne. Nel 2009. Praticamente il Veneto, ma senza i SUV e la cocaina.

Del resto dobbiamo anche pensare che il Portogallo democratico è il frutto di un rovesciamento politico che ha spento la sua trentacinquesima candelina solo lo scorso 25 aprile; una rivoluzione che – manco a dirlo – è stata talmente pacata e incruenta che nessuno pare essersene accorto. Niente proletariato affamato e inferocito stile Ottobre Rosso: i quadri medi dell’esercito sono stufi di un’inutile guerra coloniale, che prosegue dal 1961 e vede un’intera generazione in età formativa, lavorativa e riproduttiva sparpagliata per i domini ultramarini; stiamo parlando di ben un decimo della popolazione impegnato in un conflitto pluricontinentale già perso che riesce solo a dissestare il bilancio statale da far impallidire Tremonti.

Così, letteralmente da un giorno all’altro, tirano fuori i carrarmati vecchi dal garage (quelli buoni sono operativi a millanta miglia di distanza) e incedono lemmi lemmi verso le sedi del potere attraversando le vie di Lisbona, manovra già di per sé difficile con una Panda. Ad ogni modo, i capitani riescono nell’intento senza svegliare nemmeno una vecchietta, dopodiché Marcello Caetano finisce prima su un volo di sola andata per il Brasile, paese famoso per le sue spiagge, i suoi carnevali variopinti e i suoi culi sambanti, ma principalmente per essere il centro di raccolta par excellence di despoti, gerarchi e terroristi inestradabili degli ultimi sette decenni. Ai curiosi consiglio la visione di Capitani d’Aprile, una coproduzione luso-italo-francese diretta da Maria de Medeiros (che preferiamo ricordare come la Fabienne di Pulp Fiction) e con Stefano Accorsi nel ruolo dell’eroe della rivoluzione Salgueiro Maia. Lo so, il trittico di produttori non lascia ben sperare e infatti il risultato è una vera merda, ma è solo per avere un’idea. Idem per Lisbon Story, altra pellicola che consiglio. E’ un film di Wim Wenders, il che ne spiega il ritmo bradicardico e quell’intellettualità che si finge criptica e che non va a parare da nessuna parte, ma almeno dà un’idea dell’estetica urbana. Il film è da segnalare per la presenza dei Madredeus, che grazie alla penna e alla chitarra di Pedro Ayres Magalhães e alla voce di Teresa Salgueiro contribuiscono a ricreare l’atmosfera magica dei vicoli cittadini fino al prodigioso incantesimo dell’assopimento (min. 34:07).


Gab